Fotografo: Marinetta Saglio
Il 21 giugno arriva puntuale come ogni anno. È il giorno in cui il sole sembra voler restare con noi un po’ più a lungo, quello in cui le ore di luce raggiungono il loro massimo splendore e l’estate fa il suo ingresso ufficiale. Gli antichi lo sapevano bene: il solstizio d’estate era un momento sacro, celebrato da civiltà lontanissime tra loro, dai Celti ai Romani, come simbolo di abbondanza, fertilità e rinascita. Era una festa della vita, della natura che esplodeva in tutta la sua forza e della luce che trionfava sull’oscurità.
Oggi, invece, il 21 giugno sembra spesso trasformarsi nel fischio d’inizio di un’altra competizione: la stagione della prova costume.
È curioso, se ci pensiamo. Dopo millenni passati ad ammirare il sole, abbiamo deciso di passare le giornate ad osservare le cosce degli altri.
Appena le temperature salgono, ecco comparire i soliti articoli miracolosi, le diete dell’ultimo minuto, le promesse impossibili di addominali scolpiti in dieci giorni. Come se il nostro corpo dovesse presentarsi a un esame. Come se il mare avesse istituito una commissione giudicatrice pronta a valutare cellulite, smagliature e rotondità con tanto di voto finale.
La verità è che il costume non è mai stato il problema.
Il problema è il bodyshaming.
Quella forma di giudizio che spesso si maschera da battuta, da consiglio non richiesto, da commento apparentemente innocuo. Una frase detta con leggerezza da chi non conosce la storia che quel corpo porta con sé. Perché dietro ogni corpo esiste una vita. Esistono battaglie invisibili, malattie, cambiamenti, gravidanze, perdite, cure mediche, momenti difficili e rinascite.
Eppure continuiamo a osservare una persona attraverso pochi centimetri di tessuto.
Il bodyshaming non lascia lividi visibili, ma può scavare ferite profonde. Può trasformare una giornata al mare in un’esperienza dolorosa. Può convincere qualcuno a rinunciare a una foto, a una festa, a un bagno, a un ricordo. Può far sentire sbagliata una persona che sbagliata non è mai stata.
Forse è proprio questo l’aspetto più crudele: il giudizio arriva quasi sempre senza alcuna cognizione di causa. Non conosce la storia, non conosce il percorso, non conosce le lacrime versate davanti a uno specchio. Arriva, colpisce e se ne va, mentre chi lo riceve spesso continua a portarne il peso per molto tempo.
Per questo il movimento body positive è molto più di una tendenza o di un hashtag. È un invito alla libertà. Non significa amare ogni centimetro di sé ogni giorno, perché siamo umani e tutti attraversiamo momenti di insicurezza. Significa però riconoscere che il valore di una persona non dipende dalla sua taglia, dal numero sulla bilancia o dalla conformità a uno standard estetico imposto.
Significa ricordare che tutti i corpi meritano rispetto.
In fondo, il solstizio ci insegna proprio questo. La natura non si scusa per come appare. I fiori non chiedono il permesso di sbocciare. Il sole non riduce la propria luce per non disturbare qualcuno.
E allora forse il messaggio più bello di questo primo giorno d’estate è proprio qui: concederci il diritto di esistere senza doverci giustificare.
Indossiamo quel costume. Facciamoci quella foto. Entriamo in acqua. Ridiamo più forte. Occupiamo il nostro spazio.
Perché l’estate non è stata creata per essere osservata da bordo campo. È stata creata per essere vissuta.
“La luce più bella non è quella del sole che splende sopra di noi, ma quella che impariamo ad accendere dentro di noi quando smettiamo di credere ai giudizi degli altri.”
